La storia di Gioia (o almeno, questo è quello che vuole che si racconti!)

C’era una volta, no, c’è in questo momento, una donna, una giovane donna, che è in viaggio, su uno di quei treni che hanno un solo vagone, un po’ sgangherati e che puzzano di muffa e polvere, che viaggiano lenti e che permettono di guardare ogni cosa intorno, ogni dettaglio del paesaggio, ogni cambiamento. La giovane donna ha le cuffie nelle orecchie e ascolta musica, non sa stare senza, la musica accompagna la sua vita da sempre, almeno che lei ricordi e adesso c’è Pink, che canta “Don’t believe in you”. Eccola lì, pensa a quanto quella canzone la rispecchi, e quanto la senta sua nonostante non conosca il testo e non stia troppo ascoltando le parole (tra le altre cose con difficoltà riesce a tradurre testi in inglese senza leggerli ma solo ascoltandoli!). Ma quella frase, don’t believe in you, la rappresenta. Lei non crede, fa fatica a credere, a tratti anche a se stessa. Fa fatica a credere che qualcuno possa non tradirla e farle del male, e lei di male non ne vuole, non più. Fa fatica a credere ai gesti, anche quando son belli, spontanei e dolci. Anzi soprattutto di quelli ha paura.

Forse è bene però fare un passo indietro e raccontare un po’ di lei, della sua storia, di chi è questa giovane donna, partendo da chi è stata e dunque…

C’era una volta una bambina sempre solare e gioiosa, si pensi che appena nata non pianse ma rise, rise forte, tanto che tutti i medici non poterono contenere la loro ilarità e scoppiarono anche loro in una fragorosa risata. Quella sera tutto l’Ospedale rideva, anche nei reparti più tristi, anche lì dove c’era morte, si rise, si rise tanto. I Genitori decisero quindi di chiamarla Gioia, questa bambina dalla risata contagiosa e dagli occhi verdi prato che ridevano da soli. Gioia era un’anomalia per la sua famiglia, una famiglia cupa, triste, dove si parlava poco, dove tutto era nero e poco colorato. Dove c’erano tante cose ma risultavano tutte spoglie e grigie. Gioia invece portava la luce, il sole, il colore. Non piangeva mai, le bastava un piccolo giochino o un angolino dove stare e si divertiva. Quella casa cupa, grigia e asettica diventava bellissima non appena passava lei. Ogni cosa acquisiva luce e colore. I Genitori e tutti i familiari cominciarono quindi a chiedere a Gioia di rallegrare le loro giornate, lei era felice di questo. Zompettava di qua e di la, faceva battute di ogni tipo, si sentiva un po’ come il giullare di corte, sempre pronta a ridere, sempre pronta a far ridere. La sua risata le portò certamente anche qualche rogna nella sua vita. Ricorda come, a scuola, avrà frequentato la seconda o la terza elementare, fu espulsa dall’aula in quanto aveva una risata troppo fragorosa ed incontenibile e non permetteva a nessuno di ascoltare la Signora Maestra che voleva insegnare la Matematica. Oppure di quella volta che rise così tanto da rompere i vetri della sua abitazione. Ah quanto si arrabbiarono i Genitori. E potrei star qui a narrare milioni di episodi. Ogni volta si sentiva ripetere: “Eh cara Gioia, il riso abbonda sulla bocca degli stolti!”. Questa frase le faceva molto male, ma lei continuava a ridere.

Ma torniamo a noi, alla storia di Gioia, a come lei era.

Gioia era anche molto generosa. Invitava tutti i suoi coetanei a casa sua, regalava loro i suoi giochi pur di renderli felici, giocava con loro, li ascoltava e li coccolava. Non era mai stanca. Donava, donava, donava. Era felice di questo. All’asilo e poi a scuola era quella che coccolava i bimbi più piccoli che volevano la mamma. Lei non capiva come mai sentissero questa mancanza ma allo stesso tempo vedeva e sentiva la loro sofferenza e quindi era li a donare un abbraccio a chi lo volesse.

Amava cantare, amava la musica, sin da piccola (come dicevo prima), e un giorno iniziò anche a cantare per allietare le vite di tutti quelli che aveva attorno. Questa cosa piacque tanto alle sue insegnanti che decisero di farla esibire in pubblico, ma alla fine, proprio pochi giorni prima dell’esibizione, le dissero che non poteva cantare perché alcune bambine ci erano rimaste male che loro non avrebbero potuto esibirsi e quindi lei non poteva farlo per non fare del male a loro. Gioia comprese, non avrebbe mai voluto far piangere nessuno, lei doveva far ridere, come faceva a casa, non poteva stare con chi era triste, o meglio aveva il compito di far ridere e rinunciò al suo sogno. Pensò quindi di smettere di cantare, visto che il suo canto generava tanta sofferenza. Avrebbe cantato per sé, in qualche momento nel quale non veniva ascoltata, se non dalla natura. Andava a cantare nei boschi, vicino ai laghi, lì dove solo gli uccellini la ascoltavano. Loro sembravano felici, cinguettavano con lei, e Gioia sembrava tanto felice di ciò.

Ed ecco che arriva l’adolescenza, i primi amori, i primi gruppi di amici. Gioia anche lì, non voleva assolutamente che i suoi amici o fidanzatini rimanessero male per qualcosa, o stessero male, e dunque cercava sempre di rallegrare le giornate di tutti. Si metteva da parte quando qualche amica doveva stare col fidanzato e si rintanava a casa. A quest’età Gioia incontra la sofferenza. Chiusa dentro casa, in uno stanzino tutto suo, la incontra per la prima volta. Per la prima volta non è degli altri, ma è sua. Buia, nera, una voragine che la risucchia. La rendeva stanca e senza forze. In quei giorni Gioia non usciva. I suoi amici non la cercavano, ma era comprensibile. Chi poteva stare accanto ad una persona triste? Poi lei aveva un compito: essere felice e portare felicità in giro. Anche i Genitori non la capivano, anche loro non accettavano questo suo modo di essere, non volevano. La obbligavano ad uscire. Lei provava a parlare della sua sofferenza, ma trovava porte chiuse. Se, per caso, provava a chiedere aiuto, trovava sempre o porte chiuse o doveva poi pagare tale presenza a caro, carissimo prezzo. In quel momento realizzò che non si ottiene niente per niente, che nessuno è lì per aiutarti e che forse sarebbe stato meglio fare da sola.

Smise di cantare, anche quando era sola, smise di uscire e colorare il mondo. Smise di ballare e suonare. Smise ogni cosa. La sua vita era studio e dolore. Studio e cibo. Ingrassò, diventò brutta, poco curata. Un giorno incontrò un ragazzino, poco più grande di lei, che riconobbe tristezza in quegli occhi che sempre avevano portato Gioia. Riconobbe dolcezza, riconobbe ingenuità. Lei fu attratta da tutto questo. Finalmente qualcuno che la riconosceva non solo per il suo essere sempre presente. Ma fu un’illusione. Dopo poco tempo anche lui cominciò a chiederle di colorare la propria vita, e di ingrigire la sua, anche lui mangiava la sua anima, come tutti, amici, parenti, Genitori. E per un po’ di presenza le chiedeva sempre un prezzo più alto da pagare. Scappò da questo dolore, si rifugiò in braccia più adulte, e poi in amici che sembravano esserci ma che poi la tradirono non appena lei mostrò un minimo di fragilità. Gioia si convinse che l’unico modo per sopravvivere era tornare a dispensare Amore e Gioia. Lo fece, lo fece per anni, con un ragazzo, poco più grande di lei. Lo fece, lo fece per anni con un’amica, sua coetanea, che divenne quasi la sorella che avrebbe sempre voluto. Erano sempre insieme i 3. Loro 2 con le loro sofferenze e insicurezze, lei con la sua gioia e il suo amore pronta a supportare e sopportare. In questo periodo incontrò la Dama Rosa dagli occhi celesti. Questa Dama, un po’ irriverente, ma con una dolcezza fuori dal comune, cominciò a chiederle di lei. Per Gioia era molto strano, perché mai avrebbe dovuto chiederle di lei? Davvero era interessata? Perché era così dolce? Questa Dama sembrava non volere solo la sua gioia, sembrava anzi volesse conoscere il suo dolore, la sua sofferenza. Sembrava vederla prima ancora di lei stessa, sembrava penetrarla. Gioia era confusa. Davvero qualcuno, una donna, si stava prendendo cura di lei? Poteva fidarsi? La Dama le faceva vedere come anche lei poteva lasciarsi andare e chiedere aiuto, come la sua sofferenza non era così distruttrice e così come la sua gioia non fosse la salvezza del mondo. Era tutto strano quando la incontrava, tutto nuovo. Questa dama le metteva ogni volta una “pulce nell’orecchio” e la invitava a riflettere su ciò che avrebbe voluto davvero. Un po’ impertinente questa dama in effetti. Addirittura in un momento di grande sconforto la abbracciò, per Gioia era tutto nuovo e destabilizzante. La spaventava e attraeva allo stesso tempo. E la domanda: “cosa mi chiederà in cambio?” la accompagnò per molti dei loro incontri. Un giorno però, grazie a lei, riuscì definitivamente, quanto meno, a dire basta ai 2 che le mangiavano l’anima e non le lasciavano respiro. Non sapeva cosa fosse l’amore, ma cominciò a credere che non fosse quello che quei 2 le davano. Ebbe una breve relazione con chi le guardò l’anima e vide tutta la sua sofferenza e poi chiuse perché incapace a fare a meno del proprio dolore e perché incapace a vivere libero da quello che gli aveva mangiato l’anima per una vita.

Da quel giorno Gioia si chiuse al mondo. Scelse di divertirsi. Di collezionare storie, vite, momenti deliranti e spaventosi. La Dama era sempre lì, pronta ad ascoltare e accogliere tutta la sua follia. Quel folleggiare adesso lo riversava nella sua vita, Gioia adesso lo usava per sé. Incontrò ancora succhia sangue, succhia anima, ma per una volta anche lei decise di prendere qualcosa e non essere sempre quella accondiscendente. Sapeva che da queste persone poteva ottenere poco o nulla. Ma in realtà si convinse che dalle persone si possa ottenere poco o nulla e si dedicò ai piaceri della carne. Chiudendo i ponti a tutto ciò che poteva essere amore. La durezza la contraddistinse. La Dama vedeva in lei altro, così come una delle donne che poi sarebbe diventata la donna con la quale condividere gioie e dolori, la Guerriera dalle mani dolci. Con la Guerriera scelsero di lottare, di sorreggersi e scontrasi. Erano lì, a sostenersi e incoraggiarsi e crescere insieme. Le due donne vedevano la dolcezza di Gioia, dove neanche lei sapeva più vedere, ma non riuscivano a convincerla di ciò. Quello che traspariva era solo durezza e disincanto. Tutti gli uomini che incontrò le dicevano questo, tutti. Tranne uno. Uno, il biondo con gli occhi azzurri no, lui non era spaventato dal suo essere dura e un po’ schiva, lui sapeva come prendere quella durezza e giocarci un po’. Lui che della sua carne non ne aveva voluto sapere. Lui che preferiva parlare per ore con lei. Proprio come faceva la Dama e come faceva la sua Amica, la sua Guerriera dalle mani dolci, la Ballerina.

E dunque siamo arrivati a quel treno. Quel treno lento, che non permette di correre e scappare, che dona spazio ad ogni dettaglio. Quei dettagli che a Gioia son sempre piaciuti e che per troppo tempo ha messo da parte, in quanto la spaventavano perché potevano essere l’origine di un legame più profondo e duraturo. Quei dettagli che la legano. Perché è nei dettagli che si è costruita la relazione con la Dama, con la Guerriera e con il Biondo dagli occhi azzurri (che ricorda un po’ il principe azzurro che lei tanto odia). Grazie ai dettagli ha superato le prime simpatie e antipatie e ha potuto costruire quello che ha ora. Grazie ai dettagli ha incontrato il suo insegnante di canto che le ha permesso di riesibirsi in pubblico e questa volta vedere che nessuno piangeva, se non di gioia. Grazie ai dettagli è diventata bella e non più grigia come i succhia anima dei quali si è contornata la volevano.

E dunque ora viaggia, viaggia su questo treno lento Gioia, che oggi la porta da un’amica e domani chissà, e non si chiede più cosa accadrà, non si chiede più se ha un compito nella vita. Oggi Gioia  viaggia e basta.

Con Amore


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